Brigantaggio

Unità d'Italia e Brigantaggio

Secolare nobiltà, nascente borghesia cittadina ed assoluta povertà contadina, rivoluzionari spinti da sacro spirito risorgimentale e briganti della peggiore specie: contrapposizioni di realtà che portano ad incomprensibili alleanze, apparentemente incompatibili, che invece si annodano e si disfanno in funzione di interessi contingenti.

Ci sono tutti gli ingredienti per un cocktail forte, frizzante se non addirittura esplosivo dal quale è difficile districarsi e che ha caratterizzato il mezzogiorno d’Italia e la Sicilia in particolare, nel primo decennio dallo sbarco dei Mille a Marsala ed i cui sconvolgenti effetti trovano ancora riscontro nella vita quotidiana dei giorni nostri.
Cosa si suole definire con i termini “brigante” e “brigantaggio”?
Brigante comunemente indica chi vive fuori legge o comunque è un nemico dell'ordine pubblico.
Il termine ha acquisito nel tempo anche un significato ideologico finendo con l’indicare, in senso dispregiativo, chi si opponeva con le armi al nuovo ordine. Durante la Rivoluzione francese vennero così definiti i combattenti realisti e cattolici della Vandea. [Le guerre di Vandea: serie di conflitti civili scoppiati al tempo della Rivoluzione francese, che videro la popolazione della Vandea e di altri dipartimenti vicini insorgere contro il governo rivoluzionario].
Secondo questa accezione del termine, “briganti” furono anche i personaggi che si opposero con le armi all'instaurazione della monarchia sabauda nel Regno delle due Sicilie. Nei corsi e ricorsi storici troviamo ancora oggi una corrispondenza con i moderni “conquistatori” che tendono a definire ancora oggi in modo dispregiativo i loro oppositori.
Oggi però l’obsoleto termine di “brigante” è sostituito, a torto o a ragione, con quello più moderno di “terrorista”.
Il brigantaggio, già prima dell’unità d’Italia, venne aspramente combattuto dai Borboni in quanto queste bande venivano impiegate dai nobili latifondisti allo scopo di mantenere i contadini in uno stato di profonda sottomissione paragonabile alla schiavitù e, di fatto, sostituendosi alle leggi ed all’autorità dello stato.
Per debellare tali bande di briganti Re Ferdinando I° nominò R.Church comandante supremo militare in Sicilia al servizio del luogotenente generale (viceré) Diego Naselli. Church e Naselli furono tuttavia travolti dalla rivolta iniziata il 1 luglio 1820 a Napoli dalla Carboneria e diffusasi in Sicilia dove si fece veicolo di rivendicazioni di tipo autonomistico (esempio di un miscuglio esplosivo tra ideali politici e banditismo).

In Sicilia le rivendicazioni autonomistiche segnano un importante tappa nel 1848, quando a Palermo esplose una nuova rivolta contro i Borboni che portò alla creazione di uno stato indipendente presieduto da Ruggero Settimo.
La vita del neonato Parlamento siciliano fu di breve durata e già nel febbraio 1849 Ferdinando di Borbone riprendeva possesso della Sicilia.
Passano appena 10 anni ed il 4 aprile 1859 scoppia a Palermo una nuova rivolta immediatamente repressa nel sangue, ma che si riaccende nelle campagne l’anno dopo. Fu allora che il siciliano Francesco Crispi vince le resistenze di Garibaldi convincendolo ad intraprendere l’impresa che inizia con lo sbarco dei Mille a Marsala ed alla quale prese parte attiva.
Francesco Crispi, costretto a rifugiarsi in Piemonte dopo la repressione della rivolta del ’49, fu espulso anche dal Piemonte perché coinvolto nella cospirazione mazziniana di Milano del 1853 e trovò rifugio prima a Malta, poi a Londra e in seguito a Parigi. Espulso anche dalla Francia, raggiunse Mazzini a Londra e si trasferì poi a Lisbona, continuando dovunque a cospirare per il riscatto dell'Italia e della "sua" Sicilia.
Nel giugno del 1859 rientrò in Italia proclamandosi fautore di uno stato italiano unito e repubblicano. Per due volte quell'anno visitò in incognito varie città siciliane per preparare l'insurrezione del 1860.
Durante il suo esilio a Malta sposò Rosalia Montmasson, l'unica donna che avrebbe partecipato direttamente all'avventura dei Mille partendo con il corpo di spedizione.

Ma quale era lo stato di “salute” della Sicilia sotto i Borboni?
Malgrado non fossero tutte rose e fiori, la Sicilia conobbe un grande sviluppo economico e industriale e non sfigurava a confronto dei principali paesi europei.
Ma questo aspetto, e lo “stato di salute” della Sicilia in generale, può essere approfondito nella sezione "Questione Meridionale - Il Regno delle due Sicilie pre-unitario".
Al momento volevo solo ricordare che il Banco di Sicilia (insieme a quello di Napoli) possedeva i due terzi dell'oro e della ricchezza di tutta l'Italia, anche se la disomogenea distribuzione di tali “ricchezze” penalizzava la massa della popolazione.

E’ in questo contesto che il Regno di Sardegna appoggia la spedizione dei Mille per annettersi il Regno delle due Sicilie. Ma quali erano le aspettative della popolazione siciliana?
Mentre la borghesia e la nobiltà avevano più di qualche perplessità circa la cacciata dei Borboni (con i “piemontesi” avrebbero mantenuto i loro privilegi?), il popolo, che viveva in miseria ed in condizioni di sfruttamento e sopraffazione, vedeva di buon occhio l’arrivo di Garibaldi perché sperava in un miglioramento delle proprie condizioni di vita.
In una “amnistia” dei reati commessi speravano invece le diverse “bande” di briganti che si aggregarono all’esercito di Garibaldi il quale li accettò di buon grado rinforzando così le sue “esigue” fila per combattere il più numeroso e meglio armato esercito borbonico (lo sappiamo bene ancora oggi che il fine giustifica i mezzi!)

Ma che possibilità c’era che degli “ingredienti” così molteplici ed eterogenei potessero ben amalgamarsi ?
Già all'indomani della spedizione dei mille e della conseguente annessione del Regno delle Due Sicilie al nuovo Regno d'Italia (1860-61), diverse fasce della popolazione meridionale, deluse nelle loro aspettative, cominciarono ad esprimere il proprio malcontento non tanto per il processo di unificazione in se stesso, ma principalmente perché non sembravano destinate a cambiare le condizioni indotte da quella atavica e disperata povertà.

A questo cupo quadro che faceva da sfondo ad una già dura realtà, bisogna aggiungere altri due fattori che lo incupiscono ancor di più:
• l’introduzione della leva obbligatoria (mai presente sotto i Borboni) che toglieva braccia ad un'economia agricola già povera e mandava, volutamente per evitare le diserzioni, i soldati lontani dal paese d'origine, e
• una tassazione più elevata di quella precedentemente in vigore oltre all’introduzione dell’odiosa “tassa sul macinato”, tanto più odiosa in una Sicilia ad economia agricola.

Il Piemonte, lo Stato più indebitato d’Europa, si salvò grazie alle disponibilità delle regioni “liberate”.
Il Regno delle due Sicilie, tramite le sue due grandi banche (Banco di Napoli e di Sicilia), possedeva, secondo gli studi statistici di Francesco Saverio Nitti, un patrimonio corrispondente al 66% di tutta la moneta circolante della penisola.
Con l'introduzione nel 1861 della carta moneta questo enorme patrimonio, costituito da monete in metalli preziosi, finirono nelle casse dell’Erario nazionale che di contro mise in circolazione, grazie alla legge sul “corso forzoso” della carta moneta, un valore almeno tre volte superiore di banconote.
Un vero e proprio rastrellamento del capitale, che venne in gran parte reinvestito nelle industrie di quel nord che godeva di un indubbio vantaggio geografico.
La Sicilia, così come il meridione tutto, venne letteralmente depredata. Furono venduti a prezzi irrisori tutti i beni privati dei Borboni e gli stabilimenti pubblici civili e militari delle Due Sicilie e perfino i beni demaniali ed ecclesiastici.
Tutte le spese per la “liberazione” e dei lavori pubblici (affidati alle imprese lombardo - piemontesi) contribuirono a svuotate definitivamente le casse della regione.
Il settentrione diventava sempre più ricco, la Sicilia sempre più povera!

La legge sull’obbligo di leva, come prevedibile, favorì il fenomeno della diserzione. Dal 1861 al 1863, vi furono circa 25.000 disertori e si cominciarono a formare formazioni irregolari costituite da ex soldati della disciolta armata reale rimasti fedeli ai Borboni, coscritti che rifiutano di militare sotto un'altra bandiera, pastori, braccianti e montanari che lottavano contro i proprietari terrieri ed i latifondisti.
Tra questi “irregolari” si inserirono anche banditi di professione e briganti occasionali, cioè quelli che si dedicavano alle aggressioni ed alle rapine nei periodi nei quali non c’era lavoro nei campi.
Si formarono così delle vere e proprie “truppe di briganti” che, con la protezione del popolo e l’omertà delle autorità locali, saccheggiavano e uccidevano e si rintanavano nei loro nascondigli solo dopo aspri scontri con le forze dell’ordine.
Alcuni di questi capibanda erano stati garibaldini e avevano appoggiato l’impresa dei Mille: ora invece combattevano contro i Savoia ed erano favorevoli alla restaurazione del vecchio regime borbonico.

Il malcontento contadino fu abilmente sfruttato dai Borboni i quali sovvenzionavano direttamente alcune bande e indirizzavano la loro lotta contro l'esercito regolare italiano nella speranza di ritornare al potere. (tornando al nostro cocktail vediamo che gli stessi “briganti”, ieri avversati dai Borboni ed accolti a braccia aperte da Garibaldi, si ritrovano ad essere “alleati” dei loro vecchi persecutori!)

I contadini, in particolare, lamentavano lo sfruttamento da parte dei padroni terrieri, che continuavano a detenere gran parte della terra del meridione mantenendo i contadini di fatto in condizione di servitù della gleba oltre che la mancata assegnazione delle terre demaniali ai contadini come previsto da un decreto dello stesso Garibaldi e che sarebbe stato all’origine della storica “strage di Bronte”.

(decreto di Garibaldi del 2 giugno 1860)
«Italia e Vittorio Emanuele - Giuseppe Garibaldi comandante in capo delle forze nazionali in Sicilia, in virtù dei poteri a lui conferiti, decreta:
- Art. 1. Sopra la terra dei demani comunali da dividersi, giusta la legge, fra i cittadini del proprio comune, avrà una quota senza sorteggio chiunque si sarà battuto per la Patria. In caso della morte del milite questo diritto apparterrà al suo erede.
- Art. 2. La quota, di cui è parola all'articolo precedente, sarà uguale a quella che sarà stabilita per tutti i capi di famiglia poveri non possidenti, e le cui quote saranno sorteggiate. Tuttavia se le terre d'un comune siano tanto estese da sorpassare i bisogni della popolazione, i militi e i loro eredi otterranno una quota doppia di quella degli altri condividenti.
- Art. 3. Qualora i comuni non abbiano demanio proprio, vi sarà supplito colle terre appartenenti al demanio dello Stato e della Corona.
- Art. 4. Il Segretario di Stato sarà incaricato della esecuzione del presente decreto.»

A Bronte i contadini prendono violentemente possesso delle terre della Ducea di Nelson (un feudo di 25.000 ettari). Garibaldi fu immediatamente sollecitato dal console inglese che gli intimava di far rispettare la proprietà britannica della Ducea e così Nino Bixio interviene con quello che è noto come “l’eccidio di Bronte”. Vengono fucilati l'avvocato Nicolò Lombardo e tre contadini, tra i quali un minorato! (10 agosto 1860)
12 agosto 1860, proclama originale di Bixio, successivo alla esecuzione

Nino Bixio
Gli assassini, ed i ladri di Bronte sono stati severamente puniti - Voi lo sapete! la fucilazione seguì immediata i loro delitti - Io lascio questa Provincia - i Municipi, ed i Consigli civici nuovamente nominati, le guardie nazionali riorganizzate mi rispondano della pubblica tranquillità!... Però i Capi stiino al loro posto, abbino energia e coraggio, abbino fiducia nel Governo e nella forza, di cui esso dispone - Chi non sente di star bene al suo posto si dimetta, non mancano cittadini capaci e vigorosi che possano rimpiazzarli. Le autorità dicano ai loro amministrati che il governo si occupa di apposite leggi e di opportuni legali giudizi pel reintegro dei demanî - Ma dicano altresì a chi tenta altre vie e crede farsi giustizia da se, guai agli istigatori e sovvertitori dell'ordine pubblico sotto qualunque pretesto. Se non io, altri in mia vece rinnoverà le fucilazioni di Bronte se la legge lo vuole. Il comandante militare della Provincia percorre i Comuni di questo distretto.
Randazzo 12 agosto 1860.
IL MAGGIORE GENERALE G. NINO BIXIO.
Tornando alle formazioni di irregolari e per le quali, forse troppo sbrigativamente e senza cercare di capire i reali motivi della loro formazione, i sabaudi adoperarono i termini di “briganti” e “brigantaggio”, esse diedero luogo ad una vera e propria rivolta che per un decennio tenne impegnate nel meridione d’Italia una parte consistente dell’esercito “regio” (Piemontese prima ed Italiano dopo).

Le svolte del governo sui temi di politica interna e di ordine pubblico in quel primo decennio unitario, da Rattazzi a Minghetti, determinarono un irreversibile declino sociale ed economico del Meridione.
Il comportamento del nord nei confronti del sud e della Sicilia in particolare fu di conquista e di dominio. Nacque la “sindrome piemontese“, dove “Piemontese” era tutto ciò che non fosse siciliano.
I rappresentanti del governo centrale furono in linea di massima, dei burocrati, degli esecutori, che avevano come fine ultimo il farsi belli ed il soddisfare i loro capi (proprio come oggi !)

I “piemontesi” pretesero di governare l’isola con modi reazionari, illegali, dispotici ed immorali. Si pensò anche ad una dittatura militare (sostenuta dal “buon” Ricasoli) ma rigettata da Cavour che temeva di essere screditato di fronte all’Europa per un tale comportamento nei confronti della popolazione.
Anche se non istituzionalizzata, la dittatura militare fu in pratica attuata ed il luogotenente Montezemolo nelle sue circolari ribadiva assai bene questo concetto.
Il 16 dicembre del 1860 egli scrive infatti al presidente del consiglio dei ministri sull’opportunità di mettere a tacere le persone che potevano disturbare l’ordine pubblico: “Forse un tumulto che desse occasione di por la mano sopra i capi primari della frazione (degli oppositori), avrebbe conseguenze più favorevoli che funeste. Si sta in vigilanza ed a qualunque occasione plausibile si presenti non si mancherà al debito.“ (Archivio di stato di Palermo).

Con simili idee ed esempi i funzionari preposti al governo delle istituzioni non ebbero alcuno scrupolo di violare e calpestare leggi e diritti. Non solo ma la cosa peggiore fu di attribuire alla classe dirigente locale poteri e privilegi che mai aveva avuto.
Il liberismo di Cavour divenne un implicito supporto per il latifondismo conservatore e reazionario dell’isola. Il risultato di tale politica fu uno sfruttamento e un’oppressione delle classi popolari ben maggiore di quanto non fosse mai stato durante l’assolutismo borbonico.

Lo stesso Crispi ebbe a dichiarare, alcuni anni dopo, che la Sicilia sotto i Savoia somigliava ad uno stato di polizia (atti del Parlamento italiano, discussione della camera dei deputati, 1875).
... Fu proclamato lo stato d’assedio: i paesi, i villaggi furono messi a ferro e a fuoco, migliaia di persone furono arrestate e fucilate in maniera sommaria (ad Alcamo, Siciliana, Grotte, Racalmuto, Bagheria, Fantina, Casteltermini)… …Passarono solo pochi mesi e a questo primo stato di assedio ne seguì un altro, ancora più duro, questa volta per contrastare il brigantaggio e la renitenza alla leva militare obbligatoria.

La legge di polizia fu un’esperienza tremenda: chiunque reo o innocente purché sospettato o malvisto dalle autorità o accusato da qualche delatore veniva “ammonito” e sottoposto al “controllo”.
Avete idea di quanta gente si è data alla macchia, solo magari perché il vicino di casa lo aveva accusato per vendicarsi di qualche piccolo torto?
La pressione poliziesca era senza limiti e lo stato era incapace o non voleva trovare soluzioni. Era logico che il brigantaggio degenerasse in una disobbedienza ed in una rivolta avente come unico scopo quello della sopravvivenza, senza alcuna prospettiva politica e senza speranza.

Anche per i padri Gesuiti il fenomeno di quel “brigantaggio” non è solo un fenomeno delinquenziale, ma la reazione del popolo contro un’invasione armata che lo spogliava del proprio Paese, della propria libertà e delle proprie ricchezze: «Questo che voi chiamate con nome ingiurioso di Brigantaggio non è che una vera reazione dell’oppresso contro l’oppressore, della vittima contro il carnefice, del derubato contro il ladro, in una parola del diritto contro l’iniquità. L’idea che muove cotesta reazione è l’idea politica, morale e religiosa della giustizia, della proprietà, della libertà» (fonte: la "Civiltà Cattolica" dei padri Gesuiti).


La repressione di Cialdini 1861-66 - Quella che dovette affrontare il neonato Regno d’Italia contro i briganti fu una vera guerra. In dieci anni quasi 500 bande di briganti (da poche unità fino a 900 uomini) e nelle quali era tutt'altro che rara la presenza delle donne: sapevano far uso del fucile ed erano una fonte preziosa di notizie riguardanti gli spostamenti dei Carabinieri.
Il nuovo Regno d’Italia contrappose oltre 200 mila soldati comandati dal fior fiore degli ufficiali (il principe Savoia Carignano, Cialdini, Pinelli, Negri), eppure per molto tempo non riuscì ad ottenere risultati di rilevo nonostante decine di migliaia di esecuzioni sommarie e una feroce rappresaglia che coinvolse familiari e compaesani dei combattenti.
«Si sostenne….. la lunga e dolorosa guerriglia del brigantaggio, inacerbitosi nell'Italia meridionale, come di solito nelle rivoluzioni e nei passaggi di governo……. » - (Benedetto Croce, “Storia d'Italia dal 1871 al 1915”, Napoli 1927]
Secondo le stime di alcuni giornali stranieri che si affidavano alle informazioni "ufficiali" del nuovo Regno d'Italia, dal settembre del 1860 all'agosto del 1861 vi furono nell'ex Regno delle Due Sicilie 8.964 fucilati, 10.604 feriti, 6.112 prigionieri, 64 sacerdoti, 22 frati, 60 ragazzi e 50 donne uccisi, 13.529 arrestati (la maggior parte senza processo), 918 case incendiate e sei paesi dati a fuoco, 3.000 famiglie perquisite, 12 chiese saccheggiate, 1.428 comuni sollevati!

Come giustificare un simile schieramento di forze, tante atrocità e risultati tanto scarsi E cosa dire dell’accanita resistenza dei Meridionali contro i cosiddetti "liberatori"? Si trattava solo brigantaggio o anche volontà di opporsi all’ennesima repressione politica "colonialista” dei Piemontesi?

«Questa è Africa! Altro che Italia! I beduini, a riscontro di questi cafoni, sono latte e miele. » (Enrico Cialdini, luogotenente del re Vittorio Emanuele II.)

Nell'agosto 1863, sulla base delle discutibili conclusioni della Commissione Parlamentare d’inchiesta (miseria riconducibile all’oppressione borbonica, superstizione e mancanza d'istruzione, la mancanza di senso morale, tipica delle genti meridionali, testimoniata dal fatto che essere brigante era quasi una tradizione locale (!),.. quali "vere" cause del brigantaggio), venne emanata la "famigerata" legge Pica. Tale legge, contraria a molte disposizioni costituzionali, colpiva non solo i presunti briganti, ma affidava ai tribunali militari anche i loro parenti e congiunti o semplici sospetti.

Furono inviati nel Sud consistenti reparti militari. Le regioni meridionali furono sottoposte a un regime di stato d'assedio che portò ad una guerra civile che si protrasse per anni.
Chiunque fosse anche solo sospettato di essere un brigante poteva essere passato per le armi senza processo; chiunque aiutasse o non denunciasse un brigante, comprese madri, mogli e figlie, era passibile dell’ergastolo; chiunque circolasse senza lasciapassare incorreva nell’arresto; le famiglie di presunti briganti erano condannate al domicilio coatto: questi i provvedimenti presi. Nei primi due mesi di applicazione della Legge Pica si ebbero 1.035 esecuzioni e 6.564 arresti; ragazzine di appena dieci anni, colpevoli di essere figlie di briganti, furono condannate a vent’anni di carcere e furono separate dalle madri, anch’esse imprigionate; intere famiglie furono smembrate e deportate. L’ordine dato ai generali era quello di spargere al Sud un “salutare terrore”, e così fu!
Particolare rilievo ebbero le taglie per la delazione che sicuramente non aiutarono una volontà moralizzatrice dei governi unitari nei confronti delle popolazioni meridionali.

Con le sue azioni, il Cialdini aveva raggiunto l'obiettivo strategico principale contro il brigantaggio, cancellando le premesse per una possibile sollevazione generale. Si cominciò ad affievolire l'appoggio popolare e la resistenza degenerò così, sempre più spesso, in mero banditismo con le bande rimaste che si diedero, allora sì, ad atti di malavita, istigate anche dalla condizione di estrema povertà nella quale le regioni meridionali erano cadute e dalla nascita del latifondo, che toglieva ai contadini ogni possibilità di una sopravvivenza dignitosa.
Nel 1869 furono catturati i briganti delle ultime grandi bande e a gennaio 1870 il governo italiano soppresse le zone militari nelle province meridionali, sancendo così la fine ufficiale del brigantaggio.

«Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l'Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d'infamare col marchio di briganti. » (Antonio Gramsci in L'Ordine Nuovo, 1920)

I problemi che avevano originato il brigantaggio e che, in gran parte, risalivano alla responsabilità del governo borbonico, restavano però irrisolti e, in seguito, per molti abitanti del Sud l'unica speranza di sopravvivenza fu legata all'emigrazione. Lo squilibrio strutturale tra nord e sud d'Italia verrà affrontato in modo più organico dalla classe dirigente italiana e prese avvio il dibattito sulla questione meridionale, nei termini sociali ed economici in cui la conosciamo ancora oggi.
È in questo periodo che il sistema bancario si struttura in modo simile a oggi: un meridione con poche tasse e alta raccolta di risparmi che non vengono investiti nel territorio, ma finanziano le industrie del nord Italia. (cosa che avviene ancora oggi con il Sud (72%) che privilegia il risparmio contro il 53% del Nord.)

La tassazione imposta dal Regno d'Italia, la stessa del nord estesa al nuovo regno, ulteriori aggravi come la tassa sul grano ma soprattutto le politiche protezioniste adottate per favorire lo sviluppo dell'economia industriale del Settentrione colpirono duramente il Mezzogiorno, causando la massiccia emigrazione che si verificò dopo l'Unità d'Italia e i Meridionali andarono a cercare una nuova vita nelle Americhe, avviando un fenomeno del tutto sconosciuto fino nel Regno delle Due Sicilie.
La perdita del controllo del territorio, spesso incomprensibile ai nuovi funzionari del nord Italia, favorirono il dilagare della corruzione, degli intrallazzi e della guerra tra bande criminali.

La mafia, che comunque esisteva già da tempo, si "ufficializza" come sistema di difesa dei proprietari terrieri contro i furti, o come sistema dei campieri-gabellotti per intimidire gli stessi proprietari.
Diventa inoltre anche il mezzo mediante il quale le autorità piemontesi, impotenti a governare il territorio, tengono a freno ogni velleità di rivolta mettendo a capo dei municipi i "capi-rais" o personaggi indicati da questi.

Ma la Mafia ed i suoi nefasti effetti sulla crescita civile e culturale della Sicilia è oggetto di trattazione in altro capitolo. (vedi capitolo Mafia)